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Perché voto no al referendum. Lettera aperta al Pd

Perché voto no al referendum. Lettera aperta al Pd

Questo è il documento che spiega le ragioni del NO al Referendum Costituzionale, sottoscritto, al momento, da circa 300 firmatari, e che metto a disposizione per ulteriori sottoscrizioni; lo offriamo come momento di riflessione e discussione a tutti coloro che sono nel PD o che ne hanno fatto parte fino a poco tempo fa. “La

Questo è il documento che spiega le ragioni del NO al Referendum Costituzionale, sottoscritto, al momento, da circa 300 firmatari, e che metto a disposizione per ulteriori sottoscrizioni; lo offriamo come momento di riflessione e discussione a tutti coloro che sono nel PD o che ne hanno fatto parte fino a poco tempo fa.

“La necessità di una riflessione seria e costruttiva su questo referendum – e sulla scelta conseguente – richiede un minimo di analisi delle numerose storture presenti nella proposta di riforma avanzata.

La Carta si può anche modificare, ma occorre l’umiltà per fare meglio dei padri e la lungimiranza per lasciare una degna eredità ai figli: vorrà dire qualcosa se da vent’anni tutte le revisioni sono fallite.

Si sta facendo credere che il problema sia la velocità delle leggi, quando in realtà il vero problema è che le leggi sono troppe e vengono modificate vorticosamente, una vera e propria bulimia legislativa. La doppia navetta riguarda solo il 3% dei provvedimenti. E La velocità non premia: il decreto Fornero è stato convertito in legge in quindici giorni, ma viene revisionato ogni anno. Il problema non è dunque la velocità, ma la qualità.

Si dovrebbe rallentare la produzione legislativa – come insegnava Luigi Einaudi – per approvare poche leggi, organiche, efficaci, leggibili. In questo caso, sarebbe stato meglio o eliminare del tutto il Senato, imponendo alla Camera maggioranze qualificate sulle leggi di garanzia costituzionale, oppure specializzare il Senato come Camera di Alta legislazione.

Nella dicitura stessa “Senato delle Regioni”, infatti, vi sono numerose contraddizioni, e questa nuova configurazione, in realtà, ci riconsegna un bicameralismo abbondante, frammentario e conflittuale. Il Senato mantiene, seppure in modo contorto e controverso, molti poteri, ma perde l’autorevolezza, diventando il dopolavoro del ceto politico regionale: potestas senza auctoritas.

Si apre, inoltre, un problema di bicameralismo conflittuale: il Senato mantiene molte competenze, mentre mancano del tutto quelle di garanzia per le Regioni. Alcune competenze sono state assegnate in modo esplicito (costituzionali, elettorali, ordinamentali, ecc.); altre verranno assegnate per via di probabili battaglie interpretative. Un esempio per tutti: secondo l’articolo 55 della Riforma, il Senato “partecipa alle decisioni dirette […] all’attuazione degli atti normativi e delle politiche europee”, le quali, però, oggi, riguardano un campo vasto di regolazione: l’industria, i consumi, l’agricoltura, la formazione, la concorrenza, i diritti della persona, la trasparenza, l’accesso ai beni pubblici. Con una formulazione così ambigua – la parola “politiche” è di incerto significato giuridico – molti provvedimenti – come quelli sulla crisi bancaria-, potrebbero rimanere in regime bicamerale.

Una sola cosa è certa: si produrrà un vasto contenzioso istituzionale.

Mentre l’ossessione di cambiare la Costituzione è una malattia italiana, che non ha paragoni in nessun paese occidentale, noi ci troviamo, di fatto, di fronte ad una crisi politica, non costituzionale. Quando i governanti non sanno compensare con la politica i difetti dell’ordinamento, invocano le riforme istituzionali: dalla fine dei vecchi partiti il ceto politico non è stato capace o non ha voluto rigenerare strutture politiche e ha scaricato tale incapacità sulle istituzioni.

Negli anni della grave caduta della produttività economica si è parlato solo della produttività legislativa: il discorso pubblico di destra e di sinistra si occupa di un piccolo problema di tecnica parlamentare, quale principale ostacolo da rimuovere sulla via del progresso. Che il Paese non si possa governare a causa del bicameralismo è la più grande panzana raccontata al popolo italiano nel secondo Novecento. Senza temere il ridicolo, l’establishment promette che il nuovo articolo 70 aumenterà il PIL; ora si promette anche la lotta al terrorismo e altro ancora. I tentativi di riforma sino ad oggi sono stati numerosi, ma sbagliati, perché motivati da interessi politici contingenti, non da progetti costituzionali: il Titolo V della sinistra per rincorrere la Lega; la riforma del 2005 per frenare la crisi di Berlusconi; lo ius sanguinis del voto all’estero per legittimare Fini; il pareggio di bilancio per celebrare Monti.

Oggi si ripete l’errore con maggiore impeto: si riscrive la Carta per legittimare un governo privo di un programma presentato agli elettori e per prolungare il Parlamento addirittura come Assemblea Costituente, pur essendo costituito con legge elettorale illegittima. Che vinca il Si o il No, questa è comunque una revisione costituzionale senza futuro, che non può durare nel tempo, perché scritta solo dal governo attuale. Non è frutto di un’intesa e, anzi, alimenta la discordia nazionale.

La riduzione dei costi degli eletti c’è già stata e si può fare di più con le leggi ordinarie: se invece si scomoda la Costituzione è solo per impressionare l’opinione pubblica. Il populismo di governo è tanto sguaiato quanto inefficace, perché non batte neppure l’originale grillino, come si è visto alle elezioni.

Il populismo di governo racconta mezze verità: la riduzione del numero dei parlamentari c’è solo nel Senato che perde rango, ma non nella Camera che aumenta il potere. Eppure proprio il numero dei deputati, in rapporto alla popolazione, è tra i più alti in Europa. I “rottamatori” non hanno avuto il coraggio di deliberare per una Camera più piccola.

Con la scusa di riformare il bicameralismo e con l’aggiunta dell’Italicum, in realtà, si cambia la forma di governo, senza neppure dirlo. È il “premierato assoluto” tanto temuto da Leopoldo Elia: un leader in partenza minoritario può vincere il ballottaggio e conquistare il banco, non solo per governare il paese, ma per modificare a suo piacimento le regole e le istituzioni di tutti: l’illusione della decisione imperativa. Invece di “cambiare verso”, si realizzano i vecchi propositi con maggiore lena: l’esecutivo domina il legislativo, la Camera prevale sul Senato, il premio di maggioranza non è compensato dai diritti della minoranza, i capilista si allontanano dal controllo degli elettori, i voti di chi vince valgono il doppio di quelli di chi perde, il capo di governo o comanda sulla Camera o ne chiede lo scioglimento, facendo pesare la legittimazione ottenuta nel ballottaggio.

Infine, ritorna la supremazia dello Stato sulle Regioni. Nei momenti di crisi è più facile cadere nelle illusioni, e l’illusione più ingannatrice è che la complessità italiana possa essere risolta dalla decisione imperativa, modalità, questa, innaturale per il carattere italiano, antistorica per la Repubblica costituzionale, e soprattutto inefficace per un’Amministrazione debole come la nostra.

Come insegna l’esperienza del bipolarismo italiano, dare più forza a esecutivi sprovvisti di un progetto Paese produce solo burocrazia che soffoca i mondi vitali: il decisionismo della chiacchiera. La ricerca affannosa della reductio ad unum sembra una terapia e invece è la malattia, dato che dal centralismo sono venute solo dissipazioni di risorse, ritardi storici e anche lutti e rovine. Le buone leggi si scrivono quando la politica non fa tutto da sola, ma aiuta la generatività sociale. I frutti migliori dello spirito italiano sono sempre venuti dalla molteplicità: Il meglio della scuola italiana – l’elementare e l’infanzia, l’integrazione dei disabili, gli istituti tecnici della ricostruzione industriale – è nato da esperienze innovative che poi la politica ha saputo diffondere nel Paese.

Da vent’anni si riforma la scuola dall’alto con le “riforme epocali”, che hanno prodotto solo norme asfissianti. Il meglio dell’economia è stato generato nei distretti produttivi, mentre la politica economica pensava solo al debito. Il meglio dell’identità nazionale vive nella rete delle città, ma la politica nazionale non si accorge neppure di avere un asso nella manica per la competizione internazionale. La concentrazione del potere esprime una doppia sfiducia: della società verso la politica e di questa verso sé stessa. Mettere il sigillo costituzionale a uno stato d’animo depressivo – speriamo temporaneo – del Paese vuol dire pregiudicarne la guarigione nel futuro.

Oggi i paesi europei sono diventati ingovernabili proprio per eccesso di governabilità. A forza di verticalizzare, la decisione si è allontanata dalla vita reale, e i popoli, ormai sprovvisti di rappresentanza, si ribellano nelle forme spurie che l’establishment definisce “populismo” solo perché non le capisce. Per trovare nella storia europea una frattura tanto profonda tra élite e popolo bisogna risalire all’età dell’Assolutismo.

La politica ha saputo mediare i grandi conflitti del Novecento: capitale-lavoro, città-campagna e Stato-Chiesa. Oggi invece rischia di inasprire i conflitti, o perché rimane estranea ai grandi problemi o perché ne strumentalizza gli effetti Le consunte ricette della politologia sono state bruciate dagli eventi. Invece di convincere gli elettori astensionisti, si è tentato di sostituirli con i premi di maggioranza. Invece di confrontarsi sui programmi di governo, i partiti si distinguono sulle leggi elettorali.

Dopo aver sfogliato l’atlante dei sistemi elettorali – il tedesco, lo spagnolo, l’inglese, perfino l’australiano e il greco – per approdare, infine, a una soluzione che non assomiglia a nessuno – la migliore del mondo si diceva solo qualche mese fa – , ora si scopre che questa soluzione favorisce la vittoria di Cinque Stelle. Non ci voleva molto a capirlo prima. La Riforma è stata approvata ponendo la fiducia al governo, è invecchiata prima di essere applicata. Questo succede quando il culto della velocità porta a legiferare prima di pensare. Orientare la politica solo alla sera delle elezioni, non alla duratura guida del Paese, spinge i partiti a diventare mere macchine elettorali, senza alcun progetto culturale e senza radicamento sociale. Le classi politiche perdono il contatto sia con l’invenzione progettuale sia con la realtà popolare e non maneggiano gli strumenti sociali e culturali necessari a governare il cambiamento.

Nel Paese del melodramma si mettono in scena le tragedie anche su problemi inesistenti. Se vince il NO non è l’apocalisse. Chi ha alimentato il panico saprà sgonfiarlo. Non può essere una scusa la presunta “non solidità” del Pd, perché se non ci sentiamo normali non lo diventeremo mai.

Si è discusso molto di leadership ma tutto il resto è andato in secondo piano: il progetto Paese, la cultura, l’organizzazione, la selezione dei dirigenti. Ma è proprio di queste carenze che poi rimangono vittime i leader.

La Costituzione è difettosa soprattutto nell’articolo 49, poiché oggi mancano i partiti per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Non basta la nuova legge sui partiti se non si riforma la sostanza della politica. Cominciamo almeno dalla nostra parte: cambiare il PD è già una riforma costituzionale.

Per tutti questi motivi il 4 dicembre voteremo NO al referendum costituzionale.

Stefano Scuratti
Antonio Panzeri
Nicola Licci
Filippo Cozzi
Mauro Finiguerra
Jessica Frigerio
Marina Melloni
Nicola Russo
Saverio Viscomi
Michele De Leo
Ennio Locati
Luciano Pansecchi
Giancarlo Battaglio
Agata Tria
Silvana Ravasio
Maria Rosaria Iardino
Gigi Paduraru
Luciano Bongini
Maria Cavagnoli
Clementina Rigamonti
Luigi Bozzolo
Giorgio Uberti
Conrl Paduraru
Paolo Zovetti
Agostino Scudler
Giuseppe Viscomi
Maria Bettinelli
Roberto Molinari
Adele Cipro
Gustavo Ghidini
Andrea Rivolta
Domizio Bertuzzi
Giancarlo Quattrocchi
Mario Caserani
Eleonora Cimbro
Michele Monte
Nicoletta Cimbro
Giuliano Della Foglia
Marco Desantis
Giovanni Perosin
Anna Cogliati
Luca Marelli
Marco Paganini
Luigia Perego
Debhorah Sitbonydo
Michele Dinoi
Mari Pagani
Orazio Fraschina
Gabriella Vago
Giuseppe Sofo
Awa Diagne
Mimmo Ugliano
Maria Carello
Emanuela Vaiano
Gabriella Petrone
Gianpaolo Carmelo
Mariangela Scala
Graziella Vecchietti
Mariangela Rustico
Paolo Fassina
Antonio Diconza
Benito Pregnolato
Roberto Beffasti
Giuseppe D’Elia
Ivana Portella
Maurizio Deponti
Sandra Abram
Vania Bacherini
Claudio Migliavacca
Laura Nuzzolo
Biagia Zicari
Fabrizio Dellarosa
Gianni Briaschi
Fiorina Franconiere
Maria Interdonato
Rosaria Baldi
Federica Pagani
Giuseppe Desantis
Paolo Maggiolini
Marisa Giurintano
Mirella Ambrosi
Mattia Stanzani
Alessandra Bassan
Valdi Cargnelutti
Domenico Quaroni
Giamnpaolo Grimaldi
Francesco Cafiero
Filomena Cristiano
Mario Stefania
Angelo Bonsignori
Giovanni Cortese
Onorio Rosati
Antonio Mantovan
Laura Tannoia
Fabiola Chiara Colabraro
Giovanni Zampariolo
Alberto Rossini
Pierambrogio Balzarotti
Leonardo Stefania
Irene Pisano
Mirko Iura
Rosa Pungitori
Donato Richetti
Anna Sciarra
Faustina Devito
Tommaso Brancati
Paolino Venir
Giovanni Venturelli
Stefano Cea
Giovanni Marcucci
Giovanna Nobile
Piero Pallotti
Amilcare Viaggi
Antonio Tarantino
Bianca Gabrielli
Giovanni Papagno
Adele Vignola
Francesco Biglieri
Fiorenzo Restelli
Sara Fumagalli
Renato Pitza
Rosario Colabraro
Cristofaro Cantaro
Piera Cavagnoli
Franco Zardoni
Rosanna Belliboni
Mauro Lattuada
Massimo Torri
Dzewad Mumimovic
Renzo Arienti
Federico Magni
Concetta Santovito
Stefano Bizzozero
Gabriele Mandelli
Anselmo Borroni
Giuseppe Finiguerra
Carlotta Bassano
Alfonso Furno
Concetta Gallo
Cesare Maletta
Edoardo Borruso
Laura Colombi
Gianfranco Battioni
Giampiero Lattuada
Vincenzo Palazzo
Emilia Giardini
Umberto Contro
Daniela Lattuada
Luciano Fumagalli
VitoAntonio Ripoli
Matteo Cimbro
Oscar Pattaro
Daniela Cimbro
Eugenio Desantis
Lillo Garlisi
Simonetta D’Amico
Teresa Compagnoni
Albino Gagliardi
Salvatore Gentile
Valentina Perego
Massimo Liguori
Cristiano Cominotto
Giuseppe D’Acquino
Luigi Salerno
Anna Maria Antonioli
Antonio Mittiga
Aldo Nassetta
Patrizio Paganini
Giovanni Serra
Antonio Viscardi
Massimo Bianchi
Giulia Polo
Giuseppe Tiengo
Antonio Colabraro
Ermanno Eugeni
Amedeo Messina
Giovanni Rossi
Rocco Rovelli
Roberto Della Rovere
Franco Fedele
Adriano Martignoni
Michele Murante
Vincenza Amorese
Marilena Garbagnati
Rossana Barbieri
Angela Pescuma
Rocco Ruggiero
Fabrizio Manfreda
Emanuele Fuochicielllo
Gabriele Paccati Poeta
Antonio Simondo
Battista Coralba
Marco Mazzucco
Marisa Benvenuti
Alessandro Pucci
Matteo Stefania
Luca Bertagna
Tiziana Politi
Barbara Beffasti
Roberto Farotto
Albino Lissoni
Matteo Mangili
Ada Sioli
Giorgio Nebuloni
Tiziano Zanchettin
Martino Forte
Giulia Galimberti
Bruno Remotti
Vladimir Iomiru
Giuseppe Palazzo
Adele Ghezzi
Rinaldo Rizzi
Founza Anieza Rabona
Corrado Correnti
Alberto Giudici
Pierfrancesco Gargano
Antonella Coloru
Francesco Francioso
Antonio Imperfetto
Massimo D’Avolio
Bruna Placchi
Francesco Viscomi
Paola Ponte
Ardemia Oriani
Francesco Chiarello
Felice Cagliani
Alfredo Scialdone
Luigi Cimbro
Leonardo Borrelli
Antonio Dalloglio
Gabriele Mariani
Mauro Sciarra
Mario DePascalis
Pasquale Borsani
Angelo Cecalupo
Michele Altamore
Massimo Cortesi
Antonio Crivelli
Davide Segre
Roberto Correnti
Patrizia Cozza
Antonio Sordini
Olofeme Stasi
Roberto Dameno
Maurizio Rocco
Giorgio Vecchi
Giuseppe Interdonato
Ivan Andrucci
Giorgio Cazzola
Riccardo Quattro
Domenico Devito
Lucia Gisonno
Patrizia Ribaga
Giuseppe Augurusa
Paola Della Foglia
Vanessa Senesi
Antonino Vaccaro
Canio Di Ruggiero
Paolo Mansolillo
Giovanna Pranio
Donato Policastro
Giovannino
Vito D’Aprile
Bruno Contro
Valeria Brancati
Antonino Daietti
Maria Franca Ledda
Andrea Dona
Aldo Emolo
Antonio Festa
Antonella Berardocco
Luigi Perego
Claudio Zanchi
Isabella Cimbro
Gianfranco Bedinelli
Giovanni Molisse
Antonio Sasso
Elena Spanu
Auro Della Verde
Simone Turillo
Domenico Nugara
Corrado Angione
Miuccia Gigante
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